L’ironia di Dente batte l’ironia della sorte… dieci a zero

Chi non conosce Giuseppe Peveri si perde un mondo di coriandoli e soli di primavera, ironia e carezze, piedi nudi nei campi e corse contro i mulini a vento, frullato in un cantautorato tra il giocoso e il geniale, incrociato con un beat in ritardo di qualche decennio. Semplicità dimenticate, e un modo di scrivere canzoni d’amore che non si sentiva più dai tempi di Battisti. Tutto questo, e soprattutto quello che segue nell’intervista, è Dente.
Banana: Dopo Anice in bocca e Non c’è due senza te, arriva L’amore non è bello, uscito il 14 febbraio scorso, in cui rispondono all’appello l’innamoramento, la fine, la quotidianità e la straordinarietà.
Dente: È tutto vero.
Il suo titolo al negativo non è il primo segno di stranezza che dai: Canzone di non amore, del disco precedente, usava uno stratagemma simile, ovvero usare parole ed espressioni strane, per esprimere parole in un codice tutto tuo, che è ironico, leggero, e a volte rade quel sottile filo di divisione tra l’amarezza e l’ironia. Cos’ha di diverso il tuo modo di vedere le cose rispetto alla logica comune?
Non lo so, io credevo di essere normale. Per me Canzone di non amore è struggente e assassina, io l’ho sempre percepita come una cosa che faceva molto male. Il mio amore veniva rifiutato e io volevo morire. Poi chi l’ha sentita ha detto “Ho sentito quella canzone… ahah, che ridere!” E lì ho capito che forse il mio modo di esprimermi non era proprio in linea con il comune ragionare.
Musicalmente, a chi ti sei ispirato per ottenere un disco che si aggira senza pentimenti tra l’acustico, lo psichedelico, la forma canzone libera e certe melodie surreali?
Sicuramente al mondo musicale che ho in testa e che è fatto più che da artisti o gruppi, da un periodo preciso e anche da un modo di fare. Mi spiego. I dischi prodotti negli anni ’70 sia in Italia che all’estero mi sono sempre piaciuti. Credo che in alcuni di essi si possa ascoltare una magia particolare e credo che si sia ottenuta anche grazie al modo in cui venivano registrati quei dischi. Penso ad Harvest di Neil Young o ai dischi di Marley ad Alice non lo sa di De Gregori sono dischi che si possono respirare, in cui l’atmosfera della sala di ripresa è viva e tangibile. Ecco, io nel mio piccolissimo piccolo ho voluto registrare un disco come si faceva allora con i limiti dettati dalla modernità. Quindi registrazione su nastro, presa diretta, pastasciutta, errori tenuti, divani-letto in studio, ecc. Mi sono preoccupato più che altro di creare l’ambiente, del gruppo con cui avrei suonato, dei rapporti umani e del periodo (agosto-settembre) pensando che il resto sarebbe venuto da sé se ci fossero stati i presupposti che volevo.
C’è più istinto o intelletto nelle tue canzoni?
La prima che hai detto. Non faccio mai molti ragionamenti quando scrivo. Scrivo e basta. Quello che arriva butto giù.
Le tue canzoni: sono da ascoltare, di sottofondo, in macchina, in viaggio, quando si è innamorati o quando si è stati lasciati? Come le vedi?
Credo sia una cosa abbastanza personale… io ad esempio quando faccio le pulizie metto i Black Sabbath.
Quanto contano le parole nella tua vita? Una parola è, come dicono i Tre Allegri Ragazzi Morti, un “uragano stretto tra le labbra”? Chi devi ringraziare per la tua percezione, ovvero hai qualche padre adottivo artistico o no?
Le parole contano molto anche se in realtà sono i numeri che dovrebbero contare. Le parole mi hanno aiutato ad uscire dai guai e a volte mi ci hanno messo. Sicuramente il primo che mi ha fatto capire che con le parole si potevano fare grandi cose è stato Ungaretti. Ma non mi sento di avere nessun padre artistico.
Il tuo è un disco che non è vietato a nessuno. È come una trafila di parole dolci o amare dette alla propria amata, oppure una serie di esilaranti battute per sdrammatizzare il tutto. Comunque sia tutto quello che c’è nel tuo disco è detto con il cuore, anche se a volte il cuore è verde di bile. Cosa vuol dire “urgenza” nel comporre i dischi?
Io sono uno che se non ha bisogno di scrivere non lo fa. Scrivo una canzone dal momento in cui non so dove buttare quello che ho dentro e che mi mangia, allora lo metto lì e mi sento meglio. Non scrivo su commissione né a comando. Quindi l’urgenza credo di conoscerla.
Il video di Vieni a vivere, girato a Venezia, esprime un mondo fai-da-te, fatto di sogni, gioco e semplicità. Per la canzone ti sei ironicamente ispirato alle storie di quelle coppie giovanissime che scelgono di andare a convivere. Tu che sogno hai ora davanti agli occhi, dopo i numerosi traguardi già raggiunti?
Sì, voleva essere una canzone scherzosa su quel tipo di sogno adolescenziale lì, poi si è trasformata in una richiesta vera e propria. Faccio fatica a sognare ultimamente. Stanotte ho sognato Capossela, suonavamo insieme un pianoforte di carta. Poi io volavo via perché c’era il vento forte. Per i sogni che intendi tu il mio è sempre lo stesso da sempre: sogno di svegliarmi tutte le mattine felice di farlo.
Trovi anche tu che salire su un palco significhi reinventarsi ogni sera per un pubblico diverso? Quanto pesa e quanto ti libera questo processo?
No, io non mi reinvento, io vado sul palco e sono io tutte le sere. È la gente che è sempre diversa. Fare concerti non mi pesa, ma neanche mi libera, diciamo che mi piace. Io suono da quindici anni perché mi piace suonare. Visto che ho la possibilità di suonare e cantare le mie canzoni lo faccio… anche perché sennò cosa farei tutto il giorno?
Sapresti immaginarti diverso?
Sì, lo sono stato e penso che lo sarò ancora.



Intervista di Claudia Selmi
Foto di Bea De Giacomo


